Finito il festival. Tiriamo le somme. Vince questa edizione Pietro Marcello con La bocca del lupo. Decisamente emozionato quando ritira il premio, ci saluta tutto felice e incredulo durante la festa dopo la premiazione. Gianni Amelio, insieme a Emanuela Martini, presenta la serata conclusiva. Gianni si lamenta di non essere come a Cannes dove il segreto e la suspense dei premi vengono mantenuti fino alla serata finale… qui in effetti si sapeva già tutto dalla conferenza stampa. Il più simpatico alla ribalta è Aaron Schneider, regista di Get Low, che ritira il premio ex-aequo come migliore attore per Robert Duvall e Bill Murray. “La prima cosa che faccio quando torno a casa sarà mettere questo premio in mezzo al tavolo con da una parte Robert e dall’altra Bill. Li voglio vedere litigare per averlo, intanto li filmerò: ne farò un documentario da presentare il prossimo anno qui a Torino”. Amelio ringrazia tutto lo staff del TFF, tutti gli uffici, tutte le persone che ci lavorano e che, bisogna proprio dirlo, hanno fatto di questa edizione una delle migliori, come dice Ventavoli nel suo discorso.
Abbiamo incontrato Damien Chazelle, regista di Guy and Madeline on a Park Bench, vincitore, ex-aequo con Crackie di Sherry White, del Premio Speciale della Giuria. Damien è molto giovane, dalla faccia si direbbe ancora più giovane dell’età che ha (è nato nel 1985). Alla presentazione del suo film è tutto emozionato e felice: in sala c’è tantissimo pubblico ed è entusiasta che ce ne sia tanto quanto la sera prima per Scarpette Rosse.
Il suo film è una dichiarazione d’amore alla musica. “Ho sempre adorato le commedie musicali, è un genere che amo molto, soprattutto quelle degli anni 30 e 40 a Hollywood e degli anni 60 in Francia, Jacques Demy per esempio. Volevo fare una commedia musicale in uno stile un po’ più vecchio con le risorse che avevo e che non erano tante: non avevo tanti soldi e neppure gente che mi aiutasse. Avevo solo una macchina da presa 16 mm. Anche io sono musicista, suono la batteria, volevo parlare di cose che conoscevo, fare qualcosa di personale, reale, vero, e il tutto in un genere davvero artificiale come il musical, qualcosa sulla città dove abitavo, Boston, con i musicisti di lì”.
Guy è Jason Palmer, trombettista jazz. “È stato buffo perché all’inizio avevo scritto la parte per un batterista, come me. Sono andato in un jazz club a Boston per vedere un batterista che ci suonava e ho sentito anche Jason Palmer. Immediatamente ho capito che volevo fare un film con lui, cambiare il ruolo del batterista per far diventare Jason l’eroe del film. Non sapevo se voleva farlo, ho aspettato la fine del concerto per chiedergli se voleva partecipare. Non aveva mai recitato, era qualcosa di nuovo per lui, ma ha voluto provare e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Le riprese sono durate due anni: giravamo per un po’ e poi ci fermavamo… abbiamo visto passare le stagioni!”.
Il film spesso si sofferma su dettagli, non fa quasi mai piani larghi, resta sui volti. “Quello che mi interessava, non so esattamente come dirlo, erano le piccole cose sui visi, i piccoli movimenti degli occhi, della bocca, quello che facciamo con le dita. Mentre giravo mi sono sentito attirato da cose del genere. Cercavo sempre i dettagli, il cinema è molto bravo a fare questo, ha il potere di trovare dei piccoli trucs comme ça”.
Damien ci lascia raccontandoci un incidente di percorso. “Ho cominciato le riprese con la scena di musica più elaborata, è stato difficile trovare tutta quella gente, i soldi. Ho girato su pellicola e ho mandato tutto in laboratorio. Due giorni dopo mi hanno detto che c’era stato un incidente e che avevano distrutto tutto. È stato veramente orribile perché era la prima cosa che facevamo e mi chiedevo se ce l’avrei fatta a girare un intero film così. Abbiamo dovuto rifare tutto, ma alla fin fine credo che questo guaio ci abbia dato la possibilità di rifare meglio la scena perché adesso sapevamo cosa stavamo facendo. Visto da dopo, sono contento che sia successo quel che è successo, ma non è stato per niente un bel momento…”.
Abbiamo parlato anche con Calin Peter Netzer, regista del rumeno Medalia de Onoare. “Il film parla di una mancanza di comunicazione in una famiglia, vista anche come un effetto collaterale del comunismo. Quest’uomo crede, spera, che la medaglia possa rimettere insieme i pezzi della sua vita, per un breve momento oppure per sempre. Anche stasera, quando ho rivisto il film in sala, mi sono chiesto, dato che la fine rimane aperta, lui ha capito tutto oppure no? Non è un finale felice, il film non è concentrato solo sulla relazione con il figlio e la moglie, si parla di tutta la vita di Ion, il protagonista. Durante la guerra mondiale non capiva cosa stava facendo, neanche sotto il comunismo ci capiva qualcosa…”.
Nel film c’è l’immagine di una burocrazia confusa e che confonde. “La burocrazia è un problema generale in Romania, sia durante il comunismo, sia dopo, nel 1995 quando è ambientato il film, e anche oggi. Non è cambiato praticamente niente. Qui c’è il tema dell’umiliazione: Ion cerca di continuo il modo di essere umiliato. La stessa signora dell’ufficio del ministero gli chiede quando ritorna da lei: ‘Perché non te ne sei rimasto buono a vivere con la tua medaglia?’”. Calin sorride.
Continua a raccontare. “Alcuni momenti improvvisavamo. Per esempio ho avuto un’idea mentre giravamo la scena in cui Ion parla con i bambini delle sue imprese di guerra, nella sceneggiatura era molto più stringata, poi Victor Rebengiuc, l’attore che interpreta Ion, ha iniziato a parlare ai bambini proprio come avrebbe parlato loro Ion. Ho catturato questa sua improvvisazione perché mi piaceva. C’è anche la scena dello specchio prima che Ion vada dal presidente. È un po’ un cliché ma abbiamo pensato: perché no? Quando lui ripete allo specchio quello che deve dire al presidente, ci sono delle battute che probabilmente non siete riusciti a capire… il presidente, che è proprio Iliescu, il presidente rumeno negli anni in cui è ambientato il film, era nel partito comunista e ha fatto una legge contro la gente che voleva comprare le proprie case, diventare proprietario. Dovevano essere e rimanere residenti. Non credo che le persone che non vengono dalla Romania capiscano perché Ion, quando ripete davanti allo specchio, dica ‘L’associazione dei proprietari’… ma poi si ferma e si corregge ‘No, non proprietari, residenti!”. Lui sapeva con chi doveva andare a parlare…”. Sorride ancora una volta e ci saluta.
È già aperto il cantiere per la ventottesima edizione. Finito un festival se ne fa un altro.
Paola Fornara