Zarina, una studentessa di quindici anni, decide di liberarsi di una gravidanza indesiderata prima che qualcuno lo scopra. In segreto cerca una soluzione, ingoia pillole, si confida con la migliore amica Karina, tiene all’oscuro i genitori, che non capirebbero mai. Ogni tentativo, però, la trascina in un ciclo di vergogna e silenzio. Nel giro di pochi giorni, così, il mondo di Zarina va in frantumi, tra l’isolamento, l’umiliazione e il peso di decisioni troppo grandi per la sua età. E ciò che sembrava una via d’uscita si trasforma in una trappola da cui è difficile fuggire.
Biografia
regista

Camila Sagyntkan
(Almaty, Kazakistan), laureata in giurisprudenza, lavora da sette anni nell’industria cinematografica e ha partecipato a oltre cento progetti come assistente alla regia, produttrice e script supervisor. Il suo esordio alla regia e alla sceneggiatura, il cortometraggio Happy Independence Day, è stato in lizza per essere selezionato nel 2023 per il Sundance Institute Ignite x Adobe Program e ha poi ricevuto numerosi riconoscimenti in festival internazionali, tra cui Cleveland, Courts d’un soir, GoEast e Los Angeles Asian Pacific. Nel 2025 è stata residente al BaseCamp di Locarno e preso parte ad altre residenze artistiche in Kazakistan, Portogallo e Kirghizistan. What Have You Done, Zarina? è il suo secondo corto. Al moment ne sta sviluppando un terzo, Brat Summer, oltre al primo lungo, My Sea, My Waves.
FILMOGRAFIA
Happy Independence Day (cm, 2023), What Have You Done, Zarina? (cm, 2025).
Dichiarazione
regista
«La mia regola guida nel cinema è dare voce a chi raramente viene ascoltato. Non tutti riescono a parlare di verità dolorose, nemmeno all’interno della propria famiglia o della propria comunità. Eppure queste verità chiedono di essere ascoltate, in un mondo che di norma le mette a tacere, seppellendole sotto la vergogna, la negazione, la paura. Quando ero al settimo anno di scuola, una ragazza della mia età rimase incinta. Nessuno poteva parlarne, non a scuola, alla polizia o tantomeno in casa, senza essere accusata. Quel silenzio non era casuale: era un modello preciso. In Kazakhstan come altrove, le ragazze crescono subendo lezioni di prudenza e silenzio, mentre ai ragazzi raramente s’insegnano il rispetto o l’empatia. Perché una ragazza viene incolpata quando è vittima? Perché manca l’educazione sessuale? Perché le famiglie temono il dialogo coi propri figli? Questi “perché” senza risposta pesano ancora oggi».


